Giulia e Clark: volano scintille



Giulia si massaggiò le palpebre con un accenno di sorriso sulle labbra.
«Andiamo a pranzo?», le propose con aria stanca. «Alle sedici ho una riunione con Vincent e Ruggeri. Dobbiamo fare il punto sulla questione figlio illegittimo», le spiegò, sbuffando.
«Perché non provate a capovolgere le ricerche, partendo dal luogo dove è sepolta la madre?». Paola allungò una mano, sfogliando distrattamente un plico.
Giulia sollevò un sopracciglio.
«Chi l'avrebbe detto? Hai fiuto per queste cose», la canzonò, sottraendole i documenti per indurla ad alzarsi. «È quello che vuole fare l'investigatore, solo che per ora non ha riscontri». Sospirò stanca. «Suvvia, diamoci una mossa, se non vogliamo fare tardi per il rientro».
La sospinse verso l'uscita, mentre si soffermava a recuperare le sue cose, infilando il cappotto. Lo stava indossando, quando Paola si precipitò nuovamente nella stanza, richiudendosi furtivamente la porta alle spalle. Era pallida ed agitata e gesticolava vivacemente come se non respirasse bene.
«Che ti succede?». Giulia le si avvicinò, preoccupata, cercando di farla sedere da qualche parte.
«È qui!», farfugliò infine, opponendo resistenza.
«Chi?».
Non era dell'umore giusto per sottoporsi a degli inutili indovinelli.
«Lui», si voltò ad indicare la porta. «Il figlio di tuo marito o quello che assomiglia a lui», sbraitò.
Giulia aggrottò la fronte. Era assurdo. Non poteva essere vero. Vincent e Ruggeri l'avrebbero avvisata in tempo. Paola doveva essersi sbagliata. La sorpassò con passo deciso e spalancò la porta.
A pochi passi, scorse un uomo voltato di spalle, alto e slanciato che indossava un elegante cappotto che metteva in risalto spalle larghe e ben strutturate. Aveva una capigliatura scura e alcuni riccioli neri gli sfioravano il colletto del soprabito. Le braccia erano piegate. Lasciò scorrere lo sguardo lungo la schiena fino ai pantaloni e alle scarpe. Chiunque fosse non se la passava male. Non ebbe modo di valutare altro, perché nel sentire i suoi passi lo sconosciuto si voltò e Giulia si arrestò di colpo, vedendolo sollevare sul capo la montatura griffata che celava gli occhi grigi di Aaron.
«Si direbbe che ha visto un fantasma, un po' come la sua segretaria». Un sorrisetto gli increspò le labbra. Aveva una voce calda e profonda e parlava inglese con un lieve accento latino che rendeva più dolce il suono.
Si accorse di essere rimasta a guardarlo a bocca aperta e nonostante tremasse dalla testa ai piedi, si fece di lato, invitandolo ad entrare. Meno restava esposto allo sguardo dei dipendenti e meglio era.
«La prego, entri», farfugliò.
Non se lo fece ripetere due volte e con rapide falcate raggiunse il centro della stanza. Giulia lo seguì a ruota, facendo cenno a Paola di avvicinarsi. «Cerca Vincent Andrew. Fallo venire subito e chiama Ruggeri, perché dovrebbe essere già arrivato a Londra».
Paola annuì sbrigativa, liquidandosi. «Con permesso», disse nel suo scarso inglese che migliorava progressivamente.
Rimasti soli, Giulia tornò a guardare quella figura slanciata e solida, elegantemente vestita. Sotto il cappotto indossava un completo gessato di ottima fattura. La somiglianza con suo marito era impressionante, nonostante le differenze: la bocca carnosa, gli zigomi alti e la forma dell'ovale che erano dissimili da quelli del marito a osservarli bene, ma per il resto, non c'erano dubbi. Quello che aveva davanti era il figlio di Aaron.
«La prego, si sieda», gli disse recuperando progressivamente un po' di controllo, mostrandogli una poltrona.
«Non mi tratterrò a lungo», rifiutò lui, seguendola con lo sguardo, mentre trovava rifugio dietro la scrivania.
Un sorriso divertito gli piegò le labbra, mentre il suo viso si avvicinava pericolosamente al suo attraverso il tavolo.
«Così, tu sei la mia matrigna? O dovrei dire la puttana di mio padre?»
Con il cuore martellante nel petto, vide il suo braccio sollevarsi e colpirlo in pieno viso.
«Né l'una né l'altra», gli rispose, indignata. «Ora, se vuole comportarsi da persona civile, si segga e discutiamo da adulti».
Si accomodò, certa che lui la imitasse, ma i suoi calcoli si rivelarono errati e ora Clark la dominava dall'alto, sollevando un sopracciglio scuro.
«Ha sposato mio padre per amore?», le domandò con un chiaro divertimento nella voce. «Un uomo che aveva il doppio dei suoi anni e il patrimonio di un faraone?».
«Non esageriamo», rispose, sostenendo il suo sguardo. «Aaron Richardson non era un cinquantenne come tanti e il suo patrimonio non è paragonabile a quello di un sovrano».
«Forse, no. Ha ragione, ma di certo lo è sembrato ad una squattrinata, fresca di laurea, che si è ritrovata da un giorno all'altro a capo di un impero economico». Si era seduto a sua volta senza staccare gli occhi da lei.
«È venuto in pace, vedo», osservò con una smorfia. «Ed io che speravo in un confronto intelligente».
«Sia gentile, mi dica: cosa rende più o meno intelligente una conversazione?», aveva accavallato le lunghe gambe con noncuranza, sbottonandosi il cappotto.
«L'apertura mentale per iniziare», ribatté acida.
Le labbra piene e morbide si piegarono questa volta senza ironia.
«Touché!», spalancò le braccia in segno di resa. «È meno sciocca di quanto pensassi!».
«Lei invece è più arrogante di quanto immaginassi!», gli fece eco, prima di aggiungere: «E ora, se vuole dirmi perché è venuto, sbrigheremo facilmente la faccenda».
Sorrise in modo irritante, nascondendo lo sguardo sotto le folte ciglia nere.
«Dottoressa Mattera, o forse dovrei dire signora Richardson, è lei che ha messo alle mie calcagna un investigatore privato. Dunque, è lei che deve dirmi cosa vuole da me».
«Sì, è vero», confermò, più mansueta. «Ho ripreso le ricerche di Aaron per scoprire la verità».
Clark Lopez la fissava in silenzio senza mai distogliere lo sguardo, ma ora i suoi occhi si erano ridotti a due fessure, diffidenti e pronti ad un balzo, come un animale in gabbia.
«La verità?». Si liberò del cappotto, lasciandolo ricadere sulla poltrona al suo fianco con un gesto nervoso. «Vuoi sapere la verità?», ripeté ancora una volta, scandendo le parole, ma Giulia non rispose subito, perché i suoi occhi erano scivolati, suo malgrado, su quelle spalle larghe, messe in risalto da una giacca di ottima fattura. Era come se da tutta la sua figura emanasse un'energia che calamitava su di lui quello che gli ruotava intorno.
Sollevò lo sguardo, arrossendo rovinosamente. A quelle iridi fredde non era sfuggito nulla.
«Mi perdoni. Lei è così simile a mio marito», si giustificò, cercando di recuperare il suo contegno.
«Fortunatamente per me, non è del tutto vero», ripose. «A prima vista, forse», aggiunse indulgente e fu la prima volta che l'ostilità sembrò allentarsi.
«In ogni caso, signora Richardson, non c'è molto da sapere. Suo marito se ne è infischiato di me dal giorno in cui mia madre gli ha parlato della mia esistenza». Si sporse in avanti, sistemando il portapenne sulla scrivania. «A essere più precisi, disse a mia madre che avrebbe potuto anche abortire e che non aveva alcuna intenzione di farsi carico di me e di lei. Questa è la sua fottuta verità», specificò con irritante calma. Alzandosi, aggiunse: «Soddisfatta?».
Giulia saltò in piedi a sua volta, pronta a replicare, ma il bussare alla porta la distolse dalla conversazione.
«Avanti», rispose in modo automatico.
La figura allampanata e tipicamente inglese di Vincent apparve sulla soglia, lasciando correre lo sguardo per la stanza fino a quando non lo scorse. In un attimo lo raggiunse, intrappolandolo in un abbraccio.
«Oh, mio Dio!», esclamò, scostandosi per ammirarlo. «Sei identico a tuo padre», commentò con una sincera commozione nella voce.
«E lei chi sarebbe?», si informò, recuperando il cappotto che adagiò negligentemente sul braccio.
«Vincent Andrew, amico e collega di tuo padre», gli porse la mano per stringergliela, ma Clark la ignorò.
Annuì col capo.
«Lei è quello che ha detto a mia madre che il mio illustre genitore si era dato alla macchia». Sorrise. «Complimenti! Un galantuomo che negli anni successivi, forse vinto dai rimorsi, ha passato mesi e mesi sulle mie tracce. Mi sbaglio?», gli chiese, scrutandolo dall'alto in basso.
«Allora, lo sapevi che ti stavamo cercando?», proruppe il direttore del settore marketing visibilmente emozionato. «E nonostante tutto non ti sei fatto vivo?», gli chiese.
«Perché avrei dovuto?», scrollò le spalle. «Se esisto lo devo a mia madre, non di certo a lui e al suo tardivo pentimento».
«Dunque, che ci fa qui?». La voce di Ruggeri tuonò nella stanza con la massima autorità. «Se non è interessato al perdono di suo padre, perché è venuto allo scoperto solo ora?».
Fece alcuni passi nella direzione di Giulia e, adagiata la ventiquattrore su una poltrona, si sfilò il soprabito, raggiungendo il giovane.
Clark lo sovrastava di almeno quindici centimetri, ma Ruggeri non sembrava intimorito da quel confronto. In tribunale era abituato a scontrarsi verbalmente con personaggi molto più infervorati di lui.
«Non per parlare con voi», rispose il giovane infilandosi il cappotto.
«Clark, capisco il tuo stato d'animo e non ti posso biasimare. Tuttavia, se tu ci lasciassi parlare, forse capiresti anche tuo padre e riusciresti a perdonarlo». Vincent Andrew provò un'ultima mediazione. «Immagino anche quello che puoi aver pensato scoprendo del matrimonio tra Aaron e Giulia, ma non è come credi».
Clark lasciò correre il suo sguardo per la stanza, posandolo su di lei. Infilò una mano in tasca per estrarne un biglietto da visita, che le porse.
«Sarò a Londra ancora per qualche giorno. Mi contatti, ma lontano da qui».
Con un moto di disprezzo salutò i presenti, avviandosi verso la porta, ma prima di superarla si voltò. «Naturalmente, senza i cani da guardia», aggiunse.

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