Clark e gli Alvarez

Guadalajara, Stato di Jalisco, Messico


Enrique Maria attraversò le porte di vetro della sua azienda, chiudendo l'ombrello gocciolante. Era rientrato in Messico, portandosi dietro l'acqua di Londra. Salutò il portiere e si infilò nell'ascensore.
Clark era in ufficio. Lo aveva telefonato appena arrivato a Guadalajara, dal parcheggio dell'aeroporto, per accertarsi che fosse in sede.
«Tutto bene?», gli aveva chiesto preoccupato e lui si era limitato a rassicuralo:
«I nostri clienti hanno deciso di raddoppiare la fornitura».
L'esclamazione entusiastica del ragazzo lo aveva inorgoglito. Tra i suoi tre figli, Clark era sempre stato quello affidabile e serio, che aveva a cuore gli interessi di Avega. Non per altro lo aveva nominato amministratore e a giudicare dai risultati raggiunti dall'impresa in quell'anno, la sua era stata una scelta lungimirante. Luis, il secondogenito, pur avendo solo due anni in meno del fratello, era allergico alle responsabilità e al momento il solo scopo della sua vita era collezionare una schiera infinita di donne. L'incarico affidato al peruviano, dunque, non aveva alimentato malumori. Preferiva di gran lunga mantenersi il suo posto alle pubbliche relazioni e  doveva ammettere che in quel campo il ragazzo era veramente imbattibile. Riusciva a fare capitolare chiunque e poteva contare su un portafoglio clienti affezionato e in costante crescita. Quella che non smetteva di preoccuparlo era Ana, sua figlia. Le sue azioni erano solo nominative e appena sentiva parlare di processi di distillazione della tequila arricciava il naso e si allontanava canticchiando. Il suo sogno era diventare un'attrice di cinema e il massimo che le si poteva chiedere era posare per qualche campagna pubblicitaria della loro casa.
Le porte dell'ascensore si spalancarono e si ritrovò al piano dirigenziale. Scorse i dipendenti ammucchiati attorno ad un tavolo, vicino alla macchinetta del caffè e assunse la sua solita aria autoritaria, per vederli disperdersi come api al lavoro nel giro di pochi secondi.
Lo temevano ancora come quando era l'amministratore. 
«Voglia di lavorare saltami addosso!», bofonchiò con le sue occhiate assassine e nella fuga generale, per tornare alle proprie postazioni, qualcuno osò salutarlo, come si doveva: «Licenciado!».
«Buongiorno», rispose, percorrendo con lo sguardo l'open space che occupava il reparto amministrativo, equamente suddiviso tra maschi e femmine. Lanciò uno sguardo distratto alla sua segretaria impegnata al telefono.
«Clark è in ufficio?», le chiese.
«Si è allontanato con Luis per il pranzo, ma penso siano rientrati da qualche minuto».
«Bene, avvisalo che sono arrivato».
Con passi decisi, entrò nel suo ufficio per liberarsi della borsa.
Si guardò intorno con un certo orgoglio. Quella stanza era rimasta la stessa negli ultimi quarant'anni. Tutto parlava di lui, persino l'odore di sigari.
L'arredo era massiccio e colorato, dai mobili alle decorazioni alle pareti, dai tessuti appoggiati sulle poltrone alle fotografie poste sui ripiani.
Il suo sguardo passò in rassegna la scrivania e sorrise compiaciuto. Non c'era neppure l'ombra di un computer. Nonostante le insistenze dei suoi figli, non aveva ceduto alle lusinghe della tecnologia. Lui scriveva a penna e la segretaria ricopiava. Forse era meno rapido, ma altrimenti che cosa la pagava a fare? Uscendo, i suoi occhi si posarono sulla testa riccia e scura di quella donnina piccola e formosa, che lavorava al suo servizio da dieci anni. Aveva un carattere mite che ben sopportava i suoi sbalzi di umore.
«Che ha detto?», si informò bonario, poggiandole affettuosamente una mano sulla spalla.
«L'aspetta».
Attraversò due grandi vani e si ritrovò davanti alla porta dai vetri opachi che Clark aveva fatto realizzare da una ditta specializzata, per riprodurre al centro l'agave stilizzata che era anche il logo dell'azienda.
«Avanti», la voce divertita di suo figlio l'accolse dall'interno. 
Evidentemente il dopopranzo continuava con i soliti racconti di Luis. Lasciò scorrere le porte e se le richiuse alle spalle. Il contrasto con il suo ufficio era stridente. Caldo e solido il suo, moderno e luminoso quello di Clark.
Il vetro predominava sulla muratura e il mobilio era ridotto all'essenziale. Lungo il perimetro delle pareti scorrevano degli scaffali bassi, che lasciavano poi spazio al susseguirsi di finestroni che si affacciavano sulla piazza e sul Palacio del Gobierno: un elegante edificio di due piani, arricchito da una serie di archi. Il centro della stanza, invece, era occupato dalla scrivania bianca come al solito ricoperta di carte. Diede uno sguardo distratto ai resti della pausa caffè sul tavolo delle riunioni e raggiunse i figli.
Luis se ne stava stravaccato, come al solito, sulla poltroncina davanti al fratello con i piedi poggiati sul ripiano della scrivania, ridendo alla sua ultima battuta.
Sospirò, sollevando un sopracciglio, mentre avanzava deciso con passo pesante. Con un gesto di stizza gli sollevò le gambe, facendole cadere di peso sul parquet di legno chiaro.
«Quando imparerai che questo non è un bar?», lo apostrofò, sentendolo sbuffare.
Luis Alberto Alvarez, il secondogenito, ventotto anni, capelli e occhi neri come la pece, lo guardava con un sorriso sfrontato. Aveva i suoi stessi lineamenti marcati che nell'insieme conservavano una certa armonia. Non lo si poteva definire bello, non nel senso classico, ma era molto avvenente, con la sua statura di un metro e ottanta e il fisico asciutto modellato dalla palestra. Il carattere giocoso e la voglia di divertirsi lo rendevano poi spumeggiante e molto diverso da Clark.
«Com'è andato il viaggio?».
«Bene. A parte qualche turbolenza», rispose, distogliendo lo sguardo da lui per passare al primogenito.
«Allora, papà, che avevi di tanto urgente da dirmi? Pensavo passassi per casa». Clark lo osservava preoccupato, invitandolo a sedersi accanto a Luis.
«Devo parlarti in privato», gli disse sbrigativo.
Il ragazzo corrugò la fronte, stringendo gli occhi.
«Ho capito!». Luis si alzò, per nulla turbato. «Vi lascio soli», annunciò, prima di volgere il suo sorriso beffardo al padre con un inchino cerimonioso.
«Non dimenticarti la cena con i Rodriguez», gli rammentò Alvarez, aspettando che la porta si richiudesse alle loro spalle.
«Sì, padrone».
Clark abbassò lo sguardo sorridendo. Luis era il giullare di casa Alvarez.
«Allora, che è successo?», gli chiese ancora una volta, ma Enrique non rispose subito. Impegnato a scrutare il figlio, si perse nei suoi pensieri. Trent'anni, una laurea ad Harvard, una specializzazione in management aziendale, una grande quantità di riconoscimenti e l'aspetto di uno sportivo. Era cresciuto bene, giudizioso e preparato, una perla rara. Qualsiasi padre lo avrebbe voluto come figlio ed era questa la sua preoccupazione. Clark faceva di tutto per compiacerlo, per un senso di inadeguatezza latente, ma a lui non interessava la sua perfezione. Era invece attento ai suoi silenzi. Pensava mai a quello che lo avrebbe reso felice? A vederlo dall'esterno era un uomo di successo. Bello come una statua greca, intelligente e ricco, ma dietro quegli occhi grigi passavano pensieri difficili da sondare. Tanto Luis era solare, tanto Clark era taciturno e riservato.
«Papà?». Il tono era decisamente apprensivo. «Perché Luis non può sentire?».
«Ho visto tuo padre».
Il volto del giovane si indurì e la figura si irrigidì nella poltrona.
«Lo hai visto per strada?», gli chiese con voce bassa e strascicata come se faticasse a parlare.
«No, è venuto a trovarmi in albergo», precisò.
Clark balzò dalla sedia.
«Maledizione!», imprecò, portandosi le mani al capo, in un gesto di stizza che a Enrique ricordò quello dell'inglese, quando aveva capito che la situazione era molto più grave di quanto immaginasse.
«Clark, stai calmo», gli disse, seguendolo con lo sguardo.
«Come puoi chiedermi di stare calmo. Sa chi sono e non tarderà a scoprire dove vivo». Il respiro si era fatto affannato.
«È malato e vorrebbe incontrarti», aggiunse.
Si voltò sorpreso, puntando i suoi occhi grigi su di lui.
«Malato?», chiese preoccupato.
Enrique annuì, sospirando.
«Ha un tumore. A quanto pare potrebbe non essere stato debellato del tutto».
Il silenzio fu rotto da una risata strozzata. Alvarez si sentì fremere. Il volto pallido di suo figlio, il guizzo nervoso della mascella, la disperazione nel suo sguardo lasciavano trasparire il suo tormento. Sentiva il cuore lacerarsi, ma era anche fermamente convinto che se quel ragazzo non si fosse conciliato con le sue origini non avrebbe mai potuto trovare la serenità che gli serviva per essere felice e diventare magari padre a sua volta.
«Datti la possibilità di conoscerlo».
«A che scopo? Io un padre ce l'ho. Non ne ho bisogno di un altro», sbottò, tornando a sedere, con i gomiti poggiati sul tavolo e la testa china.
«Non devi recuperare una figura paterna, io sono e resterò sempre tuo padre, ma conoscendolo potrai scoprire che è una persona come le altre. Piena di difetti, ma anche con qualche pregio. Perdonarlo ti aiuterà a disperdere il rancore che ti avvelena l'anima».
«Non lo perdonerò mai per aver lasciato mia madre alla sua sorte». Nel suo sguardo vide odio e ne ebbe paura.
Si addossò alla poltrona. Scrutandolo in silenzio.
Aveva chinato nuovamente lo sguardo come se volesse chiudere la conversazione, mentre con gesti frenetici metteva ordine tra le carte accumulate sulla scrivania.
«Clark?».
«No», ripeté puntando su di lui i suoi occhi chiari. «Non voglio il suo pentimento tardivo».
«E se dovesse morire? Vivresti con il rimorso di aver mandato all'aria questa opportunità?», scivolò sulla punta della poltrona per ridurre la distanza tra loro. «Non ti chiedo di amarlo. Penso di poter rivendicare questo sentimento per me, ma parlargli ti farà bene. Credimi!», cercò di farlo ragionare.
«Non si merita il mio perdono», scosse il capo. «Se si fosse fatto carico delle sue responsabilità, mia madre non sarebbe morta», gli ricordò. «La fatica l'ha distrutta. Prima di andare a servizio in casa di tua sorella, di mia zia, è stata costretta a mendicare un posto di lavoro. La sua famiglia l'ha ripudiata e per mantenermi ha fatto qualsiasi cosa. Qualsiasi e tu lo sai!».
«Hai ragione, ma non credo che Richardson potesse mai immaginare quali conseguenze avrebbe avuto il suo rifiuto. Insomma, è europeo. Hanno un'altra mentalità. Da loro una ragazza madre...».
«Non lo incontrerò», ripeté, ritenendo conclusa la conversazione.
Enrique trattenne il respiro e infine gli pose un'ultima domanda: «E se dovesse morire e lasciarti erede del suo impero?».
Un sorriso cinico piegò le labbra del giovane.
«È il minimo che può fare, visto che mi deve una montagna di soldi, ma non conserverò nulla. Se è così sentimentale da lasciarmi il suo patrimonio, venderò tutto e con il ricavato salderemo i debiti di Avega, ristruttureremo la tenuta di Santiago de Tequila e se mi resta qualcosa, mi comprerò una casa a Guadalajara».
«Senza rimpianti?», gli chiese.
Suo figlio si piegò nelle spalle con finta noncuranza.
«Sto per sposarmi. Una casa mi serve».
«Sai che posso aiutarti io», gli ricordò.
«Tu hai già fatto abbastanza», gli sorrise bonario. «E devi pensare a Luis e a Ana».
«Penserò anche a loro. Per me siete uguali».
«Lo so e per questo ti sarò sempre infinitamente grato», scosse il capo. «Non preoccuparti, quell'uomo non morirà. Lo hai visto sui giornali e in televisione? Sprizza salute da tutti i pori. È una menzogna per ammansirmi, ma non cadrò nella sua trappola».
«Ragazzo, pensa a quello che ti ho detto, senza farti sopraffare dal dolore», si protese verso la scrivania con enfasi. «Tua madre era una ottima donna e le sono grato di avermi permesso di adottarti, ma aveva motivi di risentimento verso tuo padre e ha fatto di tutto per metterti contro di lui», sentì la voce venirgli meno, scontrandosi con il suo sguardo furioso. «Non lasciare che ti condizioni anche ora che non c'è più».
«So quello che faccio».
Il silenzio cadde tra loro. Non poteva più insistere. Sentirono un discreto bussare e si voltarono entrambi verso la porta.
La figura minuta e graziosa di Susana Villaneda fece capolino. Due occhi da cerbiatta in un visetto piccolo e armonioso. Sembrava una bambola in miniatura.
«Posso?», chiese timidamente.
Enrique si voltò a guardare il figlio e lo vide rilassarsi, mentre accoglieva la sua fidanzata.
«Tesoro, sai che sei sempre la benvenuta».
La donna volò tra le sue braccia, sedendosi sulle sue gambe. Era uno scricciolo che spariva sul petto ampio del peruviano. Gli circondò il collo con le braccia e si voltò a sorridere al futuro suocero.
«Come è andato il viaggio?», s'informò educatamente e Enrique sorrise compiaciuto.
«Bene».
Quella ragazza gli piaceva. Conosceva suo padre da diversi anni e, quando aveva saputo che tra lei e il suo primogenito era nata una relazione, aveva approvato senza esitazioni. Nell'ultimo anno, però, avevano cominciato a parlare di matrimonio e Clark non gli sembrava molto convinto anche se l'assecondava. L'irrequietezza affettiva che lo spingeva a racchiudere tutto il suo universo emotivo nella famiglia Alvarez lo teneva lontano dagli altri. E se il fidanzamento con Susana aveva scoraggiato Ana, che si proclamava da sempre infatuata del fratello adottivo, non permetteva al ragazzo di valutare se quell'unione lo avrebbe reso felice.
Li scorse parlottare tra loro e si decise a lasciarli soli, ma prima che sparisse nel corridoio, sentì la voce del figlio richiamarlo.
«Papà, per quella questione, non ti preoccupare. Ne riparleremo magari. Mi sembri in ansia e non ce n'è motivo», lo rassicurò.
«Mi preoccupa solo il tuo bene», gli sorrise stanco.
«Lo so e te ne sono grato».

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